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Dalla deontologia all’etica della comunicazione

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Dalla deontologia all’etica della comunicazione



1. Tre codici europei.

Sono molti, a livello europeo, i codici deontologici riguardanti l’ambito della comunicazione[1]. Se ci limitiamo solo all’esercizio della professione giornalistica, possiamo prendere in esame alcuni documenti davvero significativi, elaborati negli ultimi decenni. Consideriamo, ad esempio, la Dichiarazione di Bordeaux (1954; poi emendata nel 1986), la Risoluzione dell’Assemblea del Consiglio d’Europa n. 1003 del 1 luglio 1993 e la Risoluzione del Parlamento Europeo 22 aprile 2004. Scegliamo in particolare questi testi perché essi risultano particolarmente significativi per quanto riguarda l’individuazione dei pregi e dei limiti della codificazione europea in materia.

         La Dichiarazione di Bordeaux si apre con il richiamo al rispetto della veritÀ da parte del giornalista e, piÙ ancora, con il riferimento al diritto del pubblico a conoscere la veritÀ. Da ciÃ’ deriva l’obbligo del giornalista di essere onesto, non falsificando le notizie o interpretandole faziosamente, di rispettare, insieme ai fatti, il proprio pubblico, senza fare opera di discriminazione attraverso l’attivitÀ di scrittura, e di essere disponibile al miglioramento delle notizie fornite, quale si puÃ’ realizzare attraverso gli strumenti della rettifica e mediante un rapporto corretto con le proprie fonti.

         Dal canto suo, la Risoluzione dell’Assemblea del Consiglio d’Europa n. 1003 del 1 luglio 1993 sottolinea la necessitÀ che vi sia, da parte di ciascun giornalista, un riferimento di fondo al principio della responsabilitÀ morale. Nell’ottica della Risoluzione del 1993 l’informazione viene considerata un vero e proprio diritto dei cittadini, nella misura in cui viene rivendicato il ruolo che essa svolge per l’istituzione e per lo sviluppo della democrazia. Tuttavia, al di lÀ di queste dichiarazioni di principio, la Risoluzione sottolinea anche, in maniera piÙ realistica, la necessitÀ di creare organismi europei di vigilanza e di controllo a garanzia delle reale applicazione delle sue direttive.

         Infine, la Risoluzione del Parlamento Europeo 22 aprile 2004 si concentra in maniera piÙ concreta sull’esigenza di garantire la libertÀ di espressione e il pluralismo dell’informazione nei paesi dell’Unione. In questa prospettiva essa non puÃ’ non rilevare, a livello europeo, la frammentazione della legislazione e le carenze, in molti paesi, del quadro giuridico sulla materia, nonché le differenti situazioni vigenti nei vari Stati. A riprova di ciÃ’ essa rileva e stigmatizza, in quello che È all’epoca il caso specifico dell’Italia, la presenza di un duopolio fra RAI (la TV di Stato) e Mediaset (il gruppo televisivo riconducibile a Silvio Berlusconi, allora capo del governo), nonché il conflitto d’interessi che tutto ciÃ’ puÃ’ comportare (di cui le intercettazioni telefoniche di recente rese pubbliche offrono una chiara esemplificazione).

         Si tratta, come si vede, di documenti impegnati e pieni di buone intenzioni. La loro utilitÀ, certamente, È grande, nella misura in cui essi consentono d’indicare con chiarezza i criteri ai quali una determinata professione comunicativa, in questo caso il giornalismo, deve attenersi. Questi codici, in altre parole, svolgono la funzione di dichiarazioni di principio e, come tali, hanno il compito di ricordare a tutti coloro che svolgono una particolare attivitÀ nell’ambito della comunicazione, com’È quella giornalistica, qual È la funzione specifica che della comunicazione È propria, in base a quali ideali essa deve venir compiuta, che cosa significa comunicare e informare in modo adeguato.

In altri termini i codici, questi codici cosÃŒ come altri che potrebbero essere analizzati, hanno il compito di definire, di regolamentare e, finanche, di limitare l’attivitÀ propria di un dato ambito professionale. Ma nel far ciÃ’ essi rivelano a loro volta, per quanto riguarda l’approccio specifico che ad essi È proprio, delle effettive carenze. Dobbiamo dunque definire meglio l’approccio deontologico e indicare con maggior precisione tali carenze.

2. Che cosa sono i codici deontologici?

Approfondiamo anzitutto ciÃ’ che sono, propriamente, i codici deontologici, nelle possibilitÀ che essi aprono e nei loro limiti. Com’È noto il termine ‘deontologia’, stando al suo etimo greco, rimanda in generale alla sfera del dovere, a ciÃ’ che bisogna o meno fare, nella misura in cui un tale obbligo È prescritto da un’istanza riconosciuta come normativa. Con l’emergere dell’aspetto deontologico, in altre parole, si delinea l’esigenza generale di una regolamentazione di determinati processi: nel nostro caso, dei processi comunicativi. E riconoscere questa esigenza È certamente fondamentale se si vuole favorire la nascita di una mentalitÀ etica. Anzi, potremmo dire, rispetto alla dimensione etica l’approccio deontologico rappresenta una sorta di grado-zero, in quanto individua alcune regole di fondo che vanno seguite nello svolgimento di una particolare attivitÀ.

Storicamente la necessitÀ di una tale regolamentazione s’annuncia ben presto all’interno delle differenti professioni. E questo vale, anche e soprattutto, nel caso dei professionisti che si occupano di comunicazione: non solo dei giornalisti, ma anche, ad esempio, degli operatori televisivi, dei comunicatori pubblici o interculturali, dei comunicatori sanitari. Ciascuna di queste categorie, in quanto operano nell’ambito del comunicare, ha infatti bisogno che vengano stabiliti limiti precisi per quello che fanno. Tali limiti, perÃ’, non possono essere imposti dall’esterno, ma debbono risultare da un’autoregolamentazione che viene compiuta all’interno degli ambiti professionali coinvolti. Solo cosÃŒ – tanto piÙ in un contesto democratico, quale quello in cui in Europa s’inserisce l’attivitÀ di comunicazione – risultano conciliate, per un verso, la necessitÀ di salvaguardare la libertÀ di espressione e, per altro verso, la consapevolezza che non si puÃ’ dire tutto. Si fa in modo, cioÈ, che la misura di quello si puÃ’ dire venga fissata proprio da coloro che lo possono o che lo debbono dire.

Bisogna dunque codificare tali limiti. Nascono allora i vari codici deontologici: quelle indicazioni di comportamento per i comunicatori – stando alla tipologia di codici dai quali siamo partiti questo vuol dire: per i giornalisti – nei quali viene stabilito ciÃ’ che È lecito e ciÃ’ che non È lecito fare nell’esercizio della loro professione. Di piÙ: in tal modo vengono elaborati i testi nei quali sono indicate le sanzioni a cui possono andare incontro coloro che trasgrediscono certe regole. Se i codici, pertanto, sono codici di autoregolamentazione, che investono le varie attivitÀ – ad esempio – del giornalista e che concernono altresÃŒ i vari tipi di target di riferimento, essi risultano appunto vincolanti per tutti coloro che fanno parte di questa categoria. E sulla loro applicazione, nel caso particolare dei giornalisti, sovrintende in Italia un ben preciso Ordine professionale.



Tuttavia ai problemi piÙ generali che sorgono nell’ambito di un’etica della comunicazione né i codici né la deontologia professionale in senso stretto sono in grado di dare una soluzione stabile e adeguata. Si tratta delle questioni legate all’effettiva assunzione di un comportamento corretto, giusto, buono, nonché alla motivazione che induce ad adottarlo. CiÃ’ accade perché, fin troppo spesso, l’applicazione di questi documenti risulta difficile e farraginosa, e le sanzioni comminate, posto che lo siano davvero, non costituiscono per lo piÙ un valido deterrente per evitare comportamenti non morali. Tali sanzioni, infatti, sono spesso modeste, quando non risultano del tutto inadeguate alla gravitÀ delle conseguenze di un determinato atto.

Di piÙ. Non solo ci dev’essere comunque una motivazione etica forte, sullo sfondo, che spinge a seguire e a far rispettare i codici, ma i codici stessi, come dicevo, sono relativi a particolari categorie professionali. PerciÃ’ essi finiscono per escludere coloro che non ne fanno parte o che non vi rientrano a pieno titolo.

Ancora. Molto spesso, all’interno di queste organizzazioni di categoria, controllore e controllato finiscono per coincidere: se non di fatto, quanto meno potenzialmente. E ciÃ’ rischia di condurre a una ingovernabilitÀ dell’intero sistema.

Ecco dunque quali possono essere sia l’efficacia che la portata dei codici deontologici. Ed ecco perché, in realtÀ, essi risultano poco conosciuti e, spesso, ancor meno osservati. I codici aiutano, insomma, ma non bastano. Ci vuole qualcosa di piÙ: qualcosa che motivi alla loro assunzione e che sostenga il loro rispetto. Ci vuole, anzitutto, un rimando alla responsabilitÀ dei soggetti coinvolti. Ci vuole, in altri termini, un richiamo all’etica della comunicazione propriamente detta: quella disciplina che nasce proprio da una consapevole assunzione di una tale responsabilitÀ.

3. Il concetto di ‘responsabilitÀ’

Ma che cosa significa piÙ precisamente, nell’ambito della comunicazione, richiamarsi a una tale idea di ‘responsabilitÀ’? Nella lingua italiana – ma anche in altre lingue neolatine, come lo spagnolo, e nel tedesco – il termine ‘responsabilitÀ’ È legato al verbo ‘rispondere’ e alla sua particolare dinamica. In italiano, inoltre, si puÃ’ «rispondere a» qualcosa o qualcuno, oppure «rispondere di» qualcosa o qualcuno. Nel primo caso È chiaro il riferimento al modello relazionale della domanda e della risposta. E dunque io rispondo, se lo voglio, a chi mi chiama in causa, a colui che m’interpella, a chi identifica proprio me come suo interlocutore. Nel secondo caso, invece, non replico a un’iniziativa altrui, ma sono io che mi carico di un potere nei confronti di qualcuno o di qualcosa. Sono io, in altre parole, che con la mia iniziativa mi rapporto a qualcosa d’altro su cui sono in grado d’incidere.

         Lasciando da parte per il momento le suggestioni legate al «rispondere a», sulle quali comunque ritornerÃ’ fra breve, È necessario allora scavare piÙ a fondo nel complesso di rapporti che trova espressione nel «rispondere di». Storicamente, infatti, un tale atteggiamento È stato pensato nei termini dell’agire secondo cause. Alla lettera il vocabolo greco aitia – un termine che ha all’inizio un ambito di utilizzo soprattutto giuridico – esprime proprio questa specifica forma di responsabilitÀ nei confronti di uno stato di cose. In Aristotele, che applica il vocabolo alla sfera filosofica, una tale responsabilitÀ si precisa interrogando le cose secondo quattro prospettive differenti. Esse sono, com’È noto: «ciÃ’ di cui» qualcosa È fatto; ciÃ’ che propriamente lo contraddistingue per quello che È; ciÃ’ che ne determina il movimento o la quiete in virtÙ di un impulso antecedente; «ciÃ’ per cui» qualcosa È, vale a dire «ciÃ’ verso cui» esso si orienta[2].

In tal modo, dunque, le cose sono letteralmente sottoposte a giudizio. Viene ricercato qui, propriamente, ciÃ’  che porta la responsabilitÀ del loro essere. In altre parole, le quattro tipologie causali altro non sono che l’individuazione dei modi in cui avviene il rispondere di qualcosa: sia che il responsabile risulti una componente della cosa stessa (causa materiale e formale), sia che si configuri come una cosa diversa (causa efficiente e finale).

         Tuttavia, come ben sappiamo, una tale identificazione della «responsabilitÀ di» con la relazione causale segue le vicende che contraddistinguono la questione della causa nel corso dell’etÀ moderna. Delle quattro prospettive in cui la responsabilitÀ causale era individuata da Aristotele, progressivamente, a partire dal Seicento, viene sempre piÙ considerata decisiva, e dunque identificata con la causa tout court, la cosiddetta «causa efficiente»: quella per cui qualcosa provoca effetti, risultati, su qualcosa d’altro. Di conseguenza, nel privilegio di questa tipologia causale, nonché nella sua risemantizzazione in un senso sempre piÙ decisamente scientifico e tecnico, si verifica un parallelo ridimensionamento anche del concetto di responsabilitÀ. E di fronte a questa tendenza a nulla valgono tentativi di recupero delle altre accezioni del ‘causare’, come quello ad esempio compiuto nel Novecento da Hans Jonas con la sua «riabilitazione» dello scopo[3]: giacché ciÃ’ puÃ’ essere al massimo un correttivo, che tuttavia nulla muta del quadro complessivo che si È ormai compiutamente imposto.

D’altronde, con questa concezione della responsabilitÀ appiattita sull’idea di una causalitÀ efficiente, siamo spinti a considerare l’essere responsabili, per dir cosÃŒ, «retrospettivamente». Qui, infatti, ciÃ’ che conta È il nostro potere di agire su una ben determinata situazione, dando il via a uno specifico processo. E dunque in quest’ottica noi siamo responsabili nella misura in cui siamo in grado di dare inizio a qualcosa. Detto altrimenti: nella misura in cui siamo liberi (intendendo comunque il concetto di ‘libertÀ’ in uno dei suoi sensi possibili). Emerge cosÃŒ il nesso decisivo tra responsabilitÀ e libertÀ. E si delinea altresÃŒ un senso ulteriore, non meramente tecnico o procedurale, del nostro essere responsabili: il suo significato propriamente morale. Un soggetto libero, infatti, È responsabile moralmente, non solo tecnicamente.

Il legame tra responsabilitÀ e libertÀ, d’altra parte, dev’essere approfondito in maniera adeguata. Ci aiuta a farlo Kant, con il suo concetto di ‘imputabilitÀ’[4]. C’È infatti una differenza d’intenzione tra l’essere responsabili di qualcosa, come ciÃ’ che provoca o determina un suo stato, e l’aspetto giuridico, prima, e morale, poi, di questa responsabilitÀ. Ma soprattutto c’È l’idea di una causalitÀ non semplicemente meccanica, che deve pertanto trovare il modo di accompagnarsi con la libertÀ. È questo ciÃ’ che Kant faticosamente guadagna negli anni di elaborazione della Critica della ragion pratica. Il che significa, per un verso, che io come soggetto morale sono capace di dare avvio, in maniera autonoma e quindi nuova, a un processo (mediante una decisione che rompe con una situazione precedente, comunque determinata) e, per altro verso, che io ho in carico, perché posso a mia volta determinarle, le conseguenze che derivano dalla mia azione. Ora, dunque, il vettore della responsabilitÀ si apre al futuro. Io sono responsabile non piÙ, soltanto, nella misura in cui faccio partire un processo, ma in quanto posso anticipare determinate conseguenze delle mie azioni, tenerne conto nelle attuali scelte, dischiudere nuovi scenari. In questa prospettiva, dunque, il mio agire si trova inquadrato in un orizzonte piÙ generale di valori e principi d’orientamento.




Ma anche questo non basta a determinare la mia condizione di agente morale. Infatti il significato che assume, per me, l’essere imputabile È dato dalla presenza, comunque riconosciuta, di un’istanza superiore, alla quale sono rimandato e che ritengo vincolante. Sembra infatti ci sia qualcosa d’indipendente, che mi mette in questione e che richiede da me un determinato comportamento. E solo se le mie scelte, liberamente assunte e considerate nelle conseguenze che esse comportano, vengono sottoposte al vaglio di una tale istanza superiore che le giudica, io posso davvero comprendere fino in fondo il concetto di ‘responsabilitÀ’ come responsabilitÀ morale.

Certo: una tale istanza puÃ’ assumere varie forme. PuÃ’ essere religiosamente connotata, come accade nel contesto della sua origine ebraico-cristiana, oppure identificarsi con un complesso di principi socialmente e culturalmente assunti in un particolare momento storico; puÃ’ trovare sanzione giuridica o essere riconosciuta, immediatamente, dalla coscienza individuale. In ogni caso attraverso di essa viene a riproporsi l’idea di una responsabilitÀ che si configura non piÙ e non solo come un «rispondere di» – quale prevale nel contesto, tecnologico o morale che sia, di un causare che muove dal passato delle condizioni e si apre al futuro delle conseguenze –, ma anzitutto come un «rispondere a».

Siamo giunti, dunque, all’altro aspetto della responsabilitÀ. Ora si È responsabili perché si accetta di rispondere con i propri atti a ciÃ’ che si riconosce come vincolante. E questo elemento vincolante È ritenuto capace di annunciarsi e d’interpellarmi, richiedendo da me una risposta. Si È responsabili, allora, perché si accetta liberamente di sottoporsi a un vincolo, di assumere sopra di sé ciÃ’ che È avvertito come una sorta di necessitÀ. Si È responsabili, insomma, nella misura in cui viene accolto nell’orizzonte del nostro libero agire, ed È considerato determinante, anche ciÃ’ che propriamente non dipende da noi. Anche di questo, infatti, possiamo sentirci responsabili. Come avviene quando, ad esempio, mi sento chiamato in causa da eventi ingiusti o iniqui rispetto ai quali, pure, non ho capacitÀ diretta d’incidere[5].

CosÃŒ, insomma, possono essere brevemente tratteggiati alcuni aspetti dell’essere responsabili. Di piÙ. Della responsabilitÀ, in questo modo, si puÃ’ tracciare una sorta di genealogia.

In ogni caso, comunque, l’introduzione della tematica della responsabilitÀ È indice del fatto che non tutti i problemi concernenti l’agire dell’uomo possono essere risolti limitandosi al rispetto della semplice legalitÀ. Vi È infatti un livello morale, ulteriore, che qui s’annuncia e che dev’essere tenuto in considerazione. È quello di cui si occupa l’etica della comunicazione.

4. Etica della comunicazione

L’etica della comunicazione, infatti, È la disciplina non solo deputata a chiarire che cosa significa comunicare «bene» oppure «male», ma soprattutto chiamata a motivare l’assunzione di comportamenti ritenuti «buoni»: come quelli, ad esempio, prescritti dai codici. E ciÃ’ essa lo puÃ’ fare nella misura in cui, alla sua base, sta l’assunzione da parte di chi comunica della propria specifica responsabilitÀ. Ma, di nuovo, una tale assunzione presuppone che il comunicatore sappia che cosa È buono o cattivo nella sua pratica, che cos’È o non È virtuoso, che cosa È ben fatto oppure no.

         I codici deontologici, come quelli da cui siamo partiti nel nostro discorso, ci dicono, certamente, che cosa È buono in un determinato ambito comunicativo. Ma ce lo dicono imponendo certi comportamenti. Un agire risulta buono perché viene prescritto. E tuttavia, se le cose stanno semplicemente cosÃŒ, il rischio È che un’azione venga compiuta solo per evitare di essere sanzionati o, nel migliore dei casi, per cieca ubbidienza. Senza che venga trovata una motivazione propriamente morale – ciÃ’ che in passato veniva chiamato la «retta intenzione» – per accogliere e seguire quel che s’impone insensatamente.

E invece, ripeto, chi all’interno di un ambito comunicativo agisce in maniera eticamente responsabile deve avere fin dall’inizio un’idea di che cosa sia «buono» in relazione a quest’ambito. Solo cosÃŒ puÃ’ decidere di comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro. Deve sapere, in generale, il significato che assumono le nozioni morali piÙ di frequente utilizzate. Deve avere ben fissato quel lessico morale che consente di riconoscere e di definire, in un contesto comunicativo, le azioni che possono dirsi eticamente apprezzate.

Anche questa analisi concettuale, perÃ’, non È sufficiente. Bisogna, piÙ ancora, individuare e descrivere, almeno a grandi linee, i comportamenti comunicativi che sono stati assunti in un determinato periodo storico o in un certo contesto culturale. Sono cinque, a ben vedere, i modelli di etica della comunicazione finora elaborati. Nell’ordine in cui altrove li ho presentati[6]: quello che fa riferimento a una specifica «natura» comunicativa dell’uomo, al fine di giustificare la correttezza o meno di certe forme d’interazione linguistica; quello che, per lo stesso scopo, elabora un’etica della comunicazione a partire dal «principio dialogico», al quale ogni uomo dovrebbe fare riferimento; quello che, per la scelta di specifiche strategie comunicative, fa leva sulla considerazione dell’audience e del contesto in cui si muovono i vari interlocutori; quello che si ricollega ai principi di un utilitarismo variamente concepito; e, infine, quello legato all’idea di una comunitÀ della comunicazione, in grado di fondare un’«etica del discorso».

Ciascuno di questi paradigmi, in realtÀ, non rappresenta altro che un’applicazione all’ambito comunicativo di teorie etiche generali. Esso richiede pertanto di essere argomentato e approfondito anche a questo livello ulteriore. E tuttavia resta ancora un passaggio da fare, se vogliamo completare il nostro tragitto dalla deontologia all’etica: quello che mette in luce la motivazione che c’induce a comportarci secondo un determinato principio; quello che concerne, in altri termini, la questione della capacitÀ di coinvolgimento dei criteri prescelti. Anche nell’ambito di un’etica della comunicazione. 

Infatti, non solo È necessario trovare le condizioni in base alle quali un certo comportamento comunicativo puÃ’ essere detto «morale», optando per una o per l’altra delle teorie di riferimento che abbiamo menzionato, ma soprattutto bisogna chiedersi quale, fra le dottrine che possono essere elaborate dalla riflessione filosofica, È davvero capace di garantire l’effettiva applicazione dei principi etici che essa elabora. Emerge insomma la domanda relativa al perché si debba, propriamente, seguire criteri morali di un certo tipo: in generale, certo, ma anche e soprattutto, qui, nell’ambito specifico dell’interazione comunicativa. Si delinea in altre parole la questione del senso del nostro agire morale.

Ecco, allora: sul versante dell’etica della comunicazione si profilano sia i problemi filosofici riguardanti l’identificazione e la giustificazione dei principi dell’agire, sia le questioni concernenti il senso della loro assunzione: il motivo per cui, in altre parole, È bene essere morali. Una risposta a tali problemi e a tali questioni richiede, su di un piano piÙ generale, l’elaborazione di una vera e propria «etica della relazione», in grado di fornire il senso di un comportamento etico. Di piÙ: capace di fornirlo in una forma che possa essere universalmente condivisa. Ma, in ogni caso, senza che ci si possa limitare al piano, pure utile e meritorio, della codificazione e della deontologia professionale.



5. Dalla deontologia all’etica della comunicazione

Possiamo riassumere schematicamente, in sede conclusiva, i vari passaggi che conducono da un approccio deontologico alla dimensione etica, nonché all’elaborazione di un’etica della relazione e del senso:

1. Si parte dalle formulazioni dei codici deontologici, certamente. Ma subito sorge la necessitÀ d’individuare il significato e la portata dei concetti di fondo ai quali questi codici si richiamano.

2. A partire da ciÃ’ si puÃ’ passare alla definizione dei modelli di etica all’interno dei quali i concetti di fondo della deontologia risultano comprensibili e vengono, di fatto, articolati.

 3. Si delinea dunque – proprio di fronte a tali modelli, fra loro anche in reciproca concorrenza – la responsabilitÀ che io mi assumo, non solo nel mio concreto agire, ma anche nella scelta di questo o di quel modello di riferimento per le mie azioni. Ogni scelta, infatti, mi richiama alle mie responsabilitÀ.

4. Emergono dunque i due significati del termine ‘responsabilitÀ’ sui quali ci siamo in precedenza soffermati: quelli che fanno riferimento, rispettivamente, alle dinamiche del «rispondere a…» e del «rispondere di…».

5. Nasce altresÌ la questione riguardante ciÒ che mi motiva ad agire eticamente, cioÈ a compiere le mie scelte in base a criteri etici di riferimento.

6. Ma queste scelte, assunte responsabilmente (anzi: proprio perché sono assunte responsabilmente), vanno argomentate in modo da poter essere condivise. Infatti non si tratta solo di questioni concernenti una determinata scelta etica (che non È arbitraria perché È responsabile), né È in gioco unicamente l’analisi del linguaggio morale (perché anche quest’analisi risulta, per la sua attuazione, motivata eticamente). Si tratta piuttosto dell’apertura di una dimensione linguistico-argomentativa che esibisce il carattere universale della scelta compiuta. Solo se puÃ’ essere universalmente condivisa, infatti, una particolare scelta risulta etica.

7. S’annuncia dunque un’altra dimensione all’interno della quale etica e comunicazione si trovano collegati: la dimensione di una giustificazione universale dei comportamenti etici nella forma di una «universalizzabilitÀ» comunicativa. L’universalizzabilitÀ È il modo in cui, nello spazio comune della comunicazione, l’universale si espone e, in tal modo, si fa coinvolgente.

8. Trova cosÃŒ la sua giustificazione il nesso tra universalitÀ, senso, motivazione. Il tutto su di un terreno comunicativo e attraverso l’agire della comunicazione.

9. Insomma: al di lÀ dei limiti imposti dalla deontologia professionale, al di lÀ dei limiti che sono propri di questa stessa deontologia professionale, emerge la dimensione motivante e motivata[7] dell’etica. Di un’etica della e nella relazione. Di un’etica del senso. Come etica comunicativa.



[1] Se ne veda un’ampia selezione nel CD-ROM allegato al volume di Aa.Vv., Guida alle etiche della comunicazione. Ricerche, documenti, codici, Edizioni ETS, Pisa 2004.

[2] Cfr. soprattutto Aristotele, Metafisica, I, 2-10; Fisica, II, 3.

[3] Si veda in particolare, di Jonas, Il principio responsabilitÀ. Un’etica per la civiltÀ tecnologica (1979), trad. it. di P. Rinaudo, a cura di P.P. Portinaro, Einaudi, Torino 1990.

[4] Esso viene trattato nel primo capitolo della Religione entro i limiti della sola ragione, trad. it. di A. Poggi, a cura di M.M. Olivetti, Laterza, Roma-Bari 2004.

[5] Possiamo distinguere, piÙ precisamente, due modi differenti nei quali avvertiamo di essere soggetti responsabili. Per un verso, infatti, possiamo ritenere di essere responsabili solo di ciÃ’ che È in nostro potere; per altro verso, ma in una prospettiva diversa, possiamo rispondere anche di ciÃ’ che non lo È: sia decidendo di ritenerci vincolati a quanto s’impone come orizzonte morale, sia assumendo in prima persona, come qualcosa che È nostro perché ad esso ci rapportiamo, un insieme di eventi che, pure, non siamo certo noi a provocare.

[6] Cfr. la mia Etica della comunicazione, Carocci, Roma 2006, capitolo III.

[7] E pur sempre ulteriormente motivabile, cioÈ argomentabile: nella misura in cui l’argomentazione È articolazione della motivazione.








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